IL DIARIO POLITICO nasce con l'idea di coinvolgervi nelle iniziative politiche che verranno.
E' uno spazio per commentare quello che succede, fare il punto sulle ultime iniziative e gli incontri a cui ho partecipato a titolo personale e politico.

Dalla rissa del mattino in aula alla veglia di preghiera della sera: contraddizioni in Parlamento
(26 ottobre 2011)
Paradossi della politica: mentre tra Lega e FLI esplode una rissa a stento contenuta dai commessi della camera, è prevista per la serata di oggi una veglia di testimonianze e di preghiera per ricordare l'incontro di Giovanni Paolo II con i rappresentanti di tutte le religioni e per accompagnare Benedetto XVI che domani ad Assisi rinnoverà l'invito alla Pace e all'Unità, come frutti concreti della religione, di ogni religione.
Brutta pagina della politica quella di stamattina, con accuse gridate in modo violento da una parte e dall'altra, con difese che sono sembrate minacce, e con gesti di concreta aggressività reciproca. Una caduta di stile tale da obbligare a scusarsi con la classe di allievi che dall'alto delle tribune assistevano ai nostri lavori.
Diverso il clima di stasera in cui al centro dell'attenzione c'è proprio la preghiera per la Pace e per l'Unità a livello generale, per il mondo intero, ma anche con la segreta speranza che un pò di quella stessa pace per cui pregheranno rappresentanti di tutte le religioni del mondo, contagi anche i nostri lavori parlamentari e ci permetta di raggiungere quel livello essenziale di unità indispensabile per mettere in moto lo sviluppo del Paese, per ora ancora lontano.

LA SCUOLA CHE VORREI: IL CAMBIAMENTO POSSIBILE
genitori e docenti a colloquio. (Incontro - seminario)
24 ottobre 2011

E’ una iniziativa che nasce con una precisa volontà di provocazione nei confronti dei docenti, dei dirigenti di centri scolastici e dei genitori, una iniziativa nei confronti dei quali la classe politica si pone in ascolto.
Vogliamo cercare di capire due cose essenziali e in un certo senso provare insieme a giungere alla quadratura di un cerchio magico.
1. Prima di tutto vogliamo capire fin dove si spinge la nostra capacità di sognare la scuola che riteniamo la migliore in assoluto: la scuola che vorremmo per i nostri figli, per i giovani che vivono in questo tempo e in questa società.
2. Poi vogliamo misurare il nostro realismo pedagogico, facendo riferimento a quella virtù della prudenza che era per gli antichi la virtù guida di tutte le scelte, perché esigenza di saper adattare i principi generali, in questo caso anche i sogni, alle situazioni concrete.
3. Si possono mettere insieme l’utopia di chi sa guardare alla prospettiva delle riforme necessarie con la concretezza di chi si misura con le riforme possibili, senza rinunciare alle prime, ma senza neppure permettere che le illusioni si convertano in delusione con la triste conseguenza che non si è prodotto nulla di buono?

Questo è il seminario aperto che con l’onorevole Brocca, grande e ben noto sognatore di riforme apparentemente impossibili vogliamo lanciare. Una sorta di stati generali a cui sono invitati a partecipare docenti e dirigenti, genitori ed esperti che vogliono prepararsi da protagonisti a gestire il cambiamento che sicuramente ci sarà nel giro di pochi mesi : non molti di più di quanti compongono un anno scolastico!
Penso che a nessuno di voi sfugga come nessuno dei nostri leader politici oggi parla di Scuola: si è parlato tanto di riforma nei mesi scorsi, si sono lanciate iniziative legislative, si sono tagliati fondi, si è cercato di recuperare qualcosa, ma la scuola in realtà è fuori dall’orizzonte delle preoccupazioni della nostra classe di governo.
E’ ancora oggi una sorta di cenerentola che per farsi ascoltare deve scendere in piazza, gridare in modo più o meno pacifico, ma più per sfidare il mondo politico, per rilevarne le inadempienze e l’inadeguatezza, di destra e di sinistra!, che per dire ciò che realisticamente vorrebbe.
Noi vogliamo riunirci in una sorta di gruppo pensante per dimostrare che la scuola, nella sua libertà e nella sua complessità vuole fare scuola e vuole farlo confrontandosi serenamente con i mille modi in cui si può fare scuola senza mai rinunciare ad essere scuola.
Qui ci sono scuole pubbliche di diverso ordine e grado, scuole statali e scuole non statali, scuole di antica tradizione religiosa con un forte carisma istituzionale e scuole volute da genitori che non intendono delegare troppo la loro responsabilità di primi educatori, scuole dell’obbligo e scuole superiori… non siamo tanti, ma siamo tutti espressione viva di una stessa passione nel fare scuola. Convinti che o si ricomincia dalla scuola a ricostruire una prospettiva etica e democratica diversa o è ben difficile che nel Paese cambino le cose…
O si rilancia la prospettiva del merito fondato sullo sviluppo di capacità, su di una valutazione giusta che permetta ai ragazzi di familiarizzarsi correttamente con i propri talenti e con le proprie difficoltà, o si crea un sistema di illusioni che lascia spazio a velleità e ad ingiustizie di stampo clientelare.
O i genitori riscoprono il gusto di vedere nei docenti dei veri e propri coatch dei propri figli, una sorta di personal trainer che stanno allenandoli per gare realmente impegnative, oppure contribuiranno a rallentarne lo sviluppo di capacità, a consegnarli ad una maestro invisibile e virtuale, ma non necessariamente virtuoso, come è internet. Le reti, i social network in cui i ragazzi si incontrano nell’anonimato più generico dello scambio di idee e della condivisione di emozioni, anche solo per fare i compiti, le versioni di latino o i commenti alla vita scolastica…
Genitori ed insegnanti debbono riscoprire il gusto di tornare a formare una società aperta a forte valenza educativa, condivisa tra tutti e ricca di sogni, con il sogno più grande di tutti si può costruire una società diversa e migliore, ci si può provare, ma perché davvero si possa generare un contesto capace di orientarsi al bene comune è necessario che il bene sia perseguito in comune… Tutti insieme appassionatamente recitava un vecchio film … forse tutti, ma proprio tutti non è possibile, ma per tutti quelli che ci credono può essere possibile ricominciare a fare scuola sul serio!

Sì per il voto ai giovani come elettori e come possibili eletti a 18 anni alla Camera e a 25 anni al Senato.
Necessario metterli in condizione di poter lavorare, dai giovani può arrivare il rinnovamento urgente di cui il paese ha bisogno


Sì alla partecipazione dei giovani alla vita economica, sociale, culturale e politica della Nazione. Sì all'equiparazione tra elettorato attivo e passivo. L'On. Binetti afferma in aula: "Sì ma per questo serve anticipare, estendere ed approfondire la formazione politica dei giovani; garantire che conoscano a fondo la Costituzione e che abbiano conoscenze storiche, giuridiche ed economiche adeguate; favorire la loro partecipazione alle diverse forme dell'associazionismo giovanile, perché imparino le regole democratiche del confronto, delle decisioni condivise e della partecipazione al bene comune; sarà necessario metterli in condizione di poter lavorare, con interventi specifici a favore del loro inserimento professionale, perché il lavoro è il luogo per eccellenza in cui si sviluppa il senso di responsabilità, una positiva capacità critica, autostima e autonomia di giudizio e decisione...
L'augurio è che dai giovani venga il rinnovamento urgente di cui il paese ha bisogno anche sul piano etico".


IL MIO PENSIERO SUI DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI
10 giugno 2011 alla vigilia dell'Europride

Vorrei sintetizzare ancora una volta il mio pensiero sui diritti degli omosessuali, senza essere per l’ennesima volta vittima di pregiudizi e di strumentalizzazioni, come è accaduto questa mattina con i poster che sono stati esposti al di fuori della Stampa estera, decisamente offensivi, oltre che di assai dubbio gusto.
Non è in discussione il rispetto per le persone omosessuali, come non è in discussione il riconoscimento dei loro diritti individuali. Ma non ritengo che il matrimonio e l’adozione rientrino tra questi diritti: credo di averlo detto più volte, con la massima serenità e la massima fermezza. Rispetto le idee degli altri, capisco gli omosessuali che rivendicano matrimonio e adozione, ma non sono d’accordo. In questo mi conforta la nostra stessa Carta Costituzionale, che in questo clima di politica litigiosa ed esasperata, costituisce per tutti noi uno dei pochi, saldi e condivisi punti di riferimento.
Esprimo le mie idee, cerco di argomentarle, rispetto quelle altrui e voto in coscienza.
La violenza contro gli omosessuali, come ogni altra forma di violenza, va punita con tempestività e con fermezza, applicando la legge attuale con tutte le aggravanti che prevede, comprese quelle per un’aggressione commessa per futili motivi. Non credo che la violenza contro gli omosessuali, in quanto omosessuali, debba richiedere un ulteriore aggravio di pena: basta la pena ordinaria se applicata nei modi e nei tempi previsti, senza inutili dilazioni.
Non sono omofobica, ma al contrario fin troppo spesso mi considero vittima dei pregiudizi di alcuni omosessuali, che diventano particolarmente violenti quando si avvicinano le scadenze elettorali. Ognuno di loro sa perfettamente come voterò, non ne ho mai fatto mistero, ormai almeno da due legislature. Non sono omofobica e debbo dire che in questi anni non sono stati pochi gli o le omosessuali che si sono rivolti a me per affrontare un problema o cercare la soluzione a qualcosa che li preoccupava e hanno sempre trovato la porta aperta e una rinnovata disponibilità a farmi carico delle loro esigenze nella misura in cui mi è stato possibile.

In occasione di questo europride 2011, rispondendo alle domande di Klaus Davi, giornalista della sala stampa estera che può darne conferma, mi sono limitata a ribadire la speranza che questa manifestazione avesse il massimo rispetto per il luogo in cui si svolge: Roma e per le persone che in modo particolare la rappresentano: il Papa. Ho semplicemente sottolineato il clima di rispetto reciproco indispensabile in un contesto multiculturale come il nostro.

LA QUERELA DELLA FAMIGLIA DI MONICELLI
IL MIO CHIARIMENTO


“Non lo abbiamo lasciato solo; non è mai stato solo!”, dicono la moglie e
gli amici di Mario Monicelli. E a loro fanno eco gli abitanti del quartiere Monti,
da sempre attenti alle esigenze dell’anziano regista, a cui nel tempo hanno
rivolto mille dettagli di affetto e di attenzione. Uno spaccato di vita familiare e
di vita sociale caratterizzato da relazioni umane intense ed affettuose.
Meno male che la vita nel centro storico di Roma può essere davvero
una vita a misura d’uomo. Credo che sia quello che ognuno di noi desidera di
più: una famiglia unita e disponibile, un quartiere in cui, invece del classico
l’anonimato dei rapporti della grande città, ci si conosce e ci si riconosce per
strada, ci si saluta e ci si aiuta.

Capisco come la famiglia e gli amici di Mario Monicelli abbiano potuto
sentirsi offesi dalle parole che ho pronunciato nell’Aula della Camera il primo
dicembre scorso, quando davanti alla sua morte drammatica e almeno
apparentemente inspiegabile, ho detto: “Lo Abbiamo lasciato solo”. Mi dispiace
che la famiglia si sia sentita ferita dalle mie parole, che erano più un monito
rivolto alla politica, ai colleghi presenti in aula, che non alla famiglia.
Non sempre ci si fa capire, ed io evidentemente non sono riuscita a
farmi capire proprio dai familiari di Monicelli, che certamente in quel momento
stavano vivendo un momento di forte ed intenso dolore. In alcuni momenti ci
si sofferma solo su alcune parole, soprattutto se se ne ignora il contesto. Ma
vorrei che il messaggio che quel giorno ho cercato di lanciare all’Aula, arrivasse
al completo, non solo alla famiglia di Monicelli, ma a tutta la classe politica e
alle tante persone che hanno amato Monicelli.

Il mio messaggio era chiaramente un invito alla cooperazione, alla
solidarietà e alla vita da vivere insieme. Oggi a distanza di sei mesi, rinnovo
tutto il mio dolore e il massimo rispetto alla famiglia Monicelli. Ma proprio a
loro vorrei ricordare il clima e il contesto di quella mattinata alla Camera e lo
farò partendo dalla mia esperienza personale.
Quando si parla di morte è necessario essere molto attenti, perché
troppo spesso negli ultimi anni si è sentito dire che DECIDERE DI MORIRE
E’ UN GESTO DI LIBERTA’ con cui un soggetto riafferma la sua volontà.
Un’affermazione lucida, determinata, che si spinge fino a dire no alla vita,
consumando in un gesto solo tutte le sue risorse di libertà e di autonomia,
perché dopo la morte non c’è più neppure la propria libertà. Quando cessa la
vita, cessa anche la nostra possibilità e la nostra capacità di prendere qualsiasi
altra decisione. E quel giorno qualcuno, ricordando Monicelli, ne approfittò
per lanciare un vero e proprio spot PRO-EUTANASIA. E davvero non si può
sorvolare su queste parole, non si può tacere di fronte a quella che apparve
allora, come ancora oggi –almeno per me- una vera e propria provocazione.

E’ mio dovere, anche in virtù del ruolo che ricopro, reagire e mettere in
guardia i miei colleghi.

Il suicidio, nella mia esperienza di psichiatra e di psicoterapeuta, è un
gesto di solitudine, di smarrimento. E’ quello che pensano medici, psicologi e
psichiatri, delle più diverse scuole, quando si confrontano con un desiderio di
morire così forte da spingere molti malati a gesti estremi, che fortunatamente
pochi di loro mettono in pratica. E’ uno di questi gesti davanti ai quali ci si
sente smarriti e se, come spesso accade, si risolve in un tentativo di suicidio,
allora si cerca di ricorrere subito ai ripari. Tutti si mettono in movimento per
prendersi cura di lui e, nonostante sia evidente quale fosse la sua intenzione
e la sua volontà, si cerca di “curarlo”, utilizzando tutti i mezzi e le tecniche di
cui la medicina dispone. In un pronto soccorso quando arriva un paziente che
ha tentato il suicidio si cerca di intervenire il più tempestivamente possibile,
si accantona il dubbio su ciò che davvero avrebbe voluto e si raddoppiano le
attenzioni, da quelle farmacologiche a quelle umane, cominciando da quelle
che esprimono maggiore affetto, moltiplicando i gesti di solidarietà, il calore
umano.

Chi mi segue, chi legge i miei articoli sul giornale, chi partecipa ai
numerosi incontri a cui mi invitano e a quelli che io stessa organizzo, sa
perfettamente quali sono le mie convinzioni, quali sono le mie battaglie e i miei
valori.

Fede a parte, la mia più grande battaglia è quella a favore della vita: Vita
con la “V” maiuscola. Una vita fatta di famiglia, amore, amicizia, assistenza,
solidarietà. Una vita a cui non deve mai mancare il calore umano di chi sta
vicino, la sua comprensione e la sua disponibilità; una vita la cui fragilità
chiama in causa continuamente tutti noi. A livello personale, sociale e politico.
Le mie proposte e i miei dibattiti hanno sempre l’obiettivo di puntare al dialogo
e al confronto cercando di promuovere la comprensione reciproca e il rispetto.
Ma cercando anche di sollecitare le istituzioni a creare le migliori condizioni
possibili di assistenza per i malati, gli anziani e per le loro famiglie. Nessuno
deve sentirsi indotto a compiere un gesto estremo perché si sente solo,
abbiamo il dovere di venirgli incontro, di anticipare i suoi bisogni, di appoggiare
la sua famiglia.

Giustamente è stato detto che non conoscevo Mario Monicelli a livello
personale, che non conoscevo la sua famiglia e nemmeno questa comunità
di affetti e di attenzione in cui fortunatamente viveva. E se non lo conoscevo
non sarei dovuta neppure intervenire a sollecitare le Istituzioni ad essere più
presenti e più sollecite nei suoi confronti. Non sono d’accordo, perché penso
che davanti ad ogni dramma umano, come è quello che si consuma in un
suicidio e di cui sempre ci sfuggiranno le ragioni più profonde, le motivazioni
concrete, come uomini e come politici dobbiamo cercare di reagire per rendere
più umana e completa la qualità della nostra azione di servizio. Per questo
ripeto ho detto: Lo abbiamo lasciato solo, lo hanno lasciato solo.

La famiglia di Mario Monicelli ed i suoi amici mi hanno querelata. Lo
sapevo da tempo, ma ho preferito tacere e non intervenire per non innescare
polemiche. Proprio per rispettare la loro sofferenza davanti ad una morte

inattesa e per questo ancor più dolorosa. Il 1 dicembre scorso, nell’aula della
Camera mi sono unita a molti colleghi nel ricordare la figura di Mario Monicelli,
regista che ho stimato e apprezzato, e che stimo e apprezzo moltissimo ancora
oggi. Ricordando il grande regista però ho voluto mettere in guardia i miei
colleghi dalla conclusione che la collega radicale Rita Bernardini stava traendo
dalla sua morte drammatica. Come è facile ricavare dagli atti parlamentari
la Bernardini aveva appena sostenuto che, se ci fosse stata una legge che
autorizzava l’eutanasia, Mario Monicelli sarebbe morto ugualmente ma
diversamente. Sono intervenuta davanti a quella che mi sembrava una vera e
propria strumentalizzazione, in un momento in cui il dibattito sul testamento
biologico era particolarmente vivo. Ho parlato soprattutto ai parlamentari,
dicendo che non si possono lasciare sole le persone e che forse tutti noi
avevamo lasciato solo Mario Monicelli. Non volevo che la sua morte venisse
strumentalizzata per essere riassorbita come una argomentazione a favore
dell’eutanasia nel corso del dibattito, vivo allora come ancora oggi, sulla
proposta di legge sul testamento biologico. Sarebbe davvero un peccato se
avvenisse qualcosa di questo tipo.

In ogni caso mi scuso con la famiglia Monicelli e gli amici di Mario, a loro
non era rivolta nessuna critica. Ma il monito per tutti noi era chiaro e come
tale venne accolto da una parte amplissima dell’Aula, che non lesse nulla di
offensivo nelle mie parole, perché c’èra solo un appello alla solidarietà.

E per farvi un’idea ecco qui il video di quel giorno alla Camera:

www.youtube.com/watch
 

IL NUOVO POLO AFFRONTA UNITO IL DIBATTITO SULLE DAT
La settimana 25-30 aprile

Mercoledì Pierferdinando Casini chiederà l'inversione dell'ordine dei lavori in aula per favorire la discussione e l'approvazione del ddl sul 'biotestamento'. La presa di posizione positiva del presidente della Camera Gianfranco Fini, conferma tre punti politicamente rilevanti in questo periodo di tempo attraversato da tante tensioni. Davanti alle questioni importanti il nuovo polo riesce a trovare soluzioni condivise; il nuovo polo non si sottrae alla fatica dei lavori parlamentari ed è disposto a sostenere la sua posizione intensificandone il ritmo per mantenere la scadenze del Def; il nuovo polo rimanda al mittente certe accuse e rifiuta interpretazioni volte a strumentalizzare l'iter parlamentare di una legge che è stata lungamente parcheggiata alla Camera, nonostante i ripetuti solleciti che sono venuti da tanti colleghi UDC.
La speranza è che tutta l'aula voti insieme al nuovo polo l'inversione dell'ordine dei lavori, ci auguriamo che il clima in cui si svolgerà il dibattito abbia i toni e gli accenti che la dignità di questa legge merita. Speriamo che si possa affrontare la discussione sugli emendamenti con l'unico impegno di chiarire alcuni passaggi della legge e migliorarne la stesura, per consegnare ai cittadini una legge sul fine vita equilibrata e veramente bipartisan. In questo senso il contributo del nuovo polo è essenziale: non vogliamo che si ripetano le fratture di un bipolarismo ostile e pregiudiziale. Ben venga invece una riflessione sull'etica di fine vita che abbia tutto il rispetto dovuto alla dignità dei valori in gioco: la vita e la morte, la libertà e la responsabilità, il dolore, la sofferenza, la solidarietà. E che ponga fine, una volta per sempre, alle provocazioni di chi pretende di legittimare l'eutanasia come diritto di auto-affermazione, senza cogliere l'infinita solitudine che si nasconde nella sua richiesta.


DIBATTITO IN AULA SULLE DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO
La settimana 7-10 marzo

Finalmente questo lunedì 7 marzo è iniziata la discussione generale sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, un ddl che era stato approvato giusto due anni fa in Senato e che ha avuto un lungo e travagliato iter, prima in Commissione Sanità e poi nel passaggio attraverso tutte le altre Commissioni di riferimento. Moltissime le audizioni degli esperti, moltissime le sessioni dedicate all’analisi degli emendamenti, nonostante i radicali avessero ritirato i loro oltre 1000 emendamenti, riservandosi di ri-presentarli in Aula. Particolarmente sofferta l’attesa dei pareri delle due commissioni chiave: Affari costituzionali e Giustizia.
Il ddl sconta due vizi di origine: da un lato il fatto di essere strettamente legato alla vicenda Englaro, per cui ad ogni passaggio rievoca le emozioni e le reazioni di quei giorni; dall’altro l’equivoco che sia un escamotage della destra berlusconiana per propiziarsi il consenso della Chiesa cattolica. Accade così che chi è favorevole alla legge appaia invariabilmente filo berlusconiano e chi non lo è invece sembri animato da tanto amore per la libertà da non voler imporre nulla a nessuno. Molti stereotipi che forzano l’interpretazione dell’attuale ddl, fino a stravolgerne lo spirito.
Eppure c’è qualcosa che sta cambiando nel clima del dibattito sulle DAT: dall’iniziale contrapposizione tra sostenitori della vita come bene indisponibile e sostenitori della libertà assoluta, che sembrava configurare un conflitto culturale tra credenti e laici, si è scivolati verso un nuovo e diverso clima, che contrappone cattolici e cattolici e questa è una cosa su cui vale la pena riflettere.
Le parole che con maggiore frequenza e intensità si sono sentite in Parlamento durante il dibattito sulle DAT sono quelle che tutti vorremmo sentire: si al rispetto della libertà del malato, no all'eutanasia, si ad una presa in carico piena di umana pietà, no ad una tecnologia invasiva ed ostile; si al rispetto della vita come valore personale e come mistero, no a sotterfugi che mascherino la volontà del paziente manipolandone le intenzioni. Si alla carità e no all'indifferenza. Le citazioni più frequenti provengono dalla cultura e dalla tradizione cattolica: dalle fonti del Magistero, alla elaborazione del pensiero filosofico e scientifico alla luce di questi principi. Sono state utilizzate dai fautori della legge per dimostrarne il radicamento nei valori propri della tradizione cristiana e della fede e quindi per difenderla. Ma sono state utilizzate anche dai critici della legge per concludere che è meglio rinunciare alla legge. I detrattori della legge mentre ne esaltano i principi e i valori alla base del ddl, ne smontano totalmente l'impianto giuridico. C'è una sensazione surreale nell'ascoltare gli interventi in aula. Sembra che il dibattito non sia più tra una cultura radicale totalmente avvitata sul principio di autodeterminazione fino al punto di chiedere e pretendere la depenalizzazione dell'eutanasia come obiettivo primario e una cultura di ispirazione cristiana che difende il valore della vita e la sua indisponibilità.
La nuova frontiera del dibattito spostato in casa cattolica contrappone credenti e credenti, con gli stessi valori, le stesse fonti di approfondimento, ma con conclusioni profondamente diverse , che separa i cattolici del partito del no ai cattolici del partito del si alla legge. Eppure nessuno dei cattolici aveva mai pensato alla legge sulle DAT, prima che si scatenasse l'offensiva di cui il caso Englaro, la storia di Luca Coscioni e quella di Piergiorgio Welby, costituiscono le pietre miliari. E' in casa radicale che è nata l'esigenza di una legge con un preciso intento eutanasico. Ma sono state le drammatiche vicende da loro evocate che hanno indotto a scrivere una legge, che evitasse questa deriva. Oggi una parte dei cattolici reputa necessaria la legge per dire un no chiaro e forte all’eutanasia; ma un’altra parte dei cattolici, pur opponendosi all’eutanasia, reputa non necessaria la legge. Fino al punto che qualcuno di loro voterebbe anche il vecchio ddl Calabrò, perché reputa pericolosamente eutanasico il nuovo ddl scaturito dal lavoro della Camera.
Meglio nessuna legge che una cattiva legge. Su questo siamo tutti d'accordo. Ma meglio una legge chiara che nessuna legge. Non si può fare di questa legge uno spartiacque tra cattolici, non si possono spostare sul piano politico delle diverse appartenenze, quella che deve rimanere una difesa appassionata della vita, fatta da tutti, ma proprio da tutti i cattolici presenti in parlamento.



GIORNATA MONDIALE DELLE MALATTIE RARE
Serve un impegno più deciso e coraggioso
28 Febbraio 2011

Le malattie sono rare ma i malati sono tanti. Troppi per giustificare un'indifferenza del sistema che non investe né in ricerca né nelle indispensabili forme di assistenza specifica di cui hanno bisogno.
Il Governo faccia un salto di qualità e impegni risorse reali e non solo belle parole per mostrare da quale parte sta, quali valori concreti lo muovono e quali interessi vuole tutelare.
Il Milleproroghe appena approvato, invece di andare incontro alle necessità di chi soffre di malattie rare, ha sottratto fondi preziosi che erano stati loro destinati per dirottarli su obiettivi assai più commerciali.
La Giornata delle Malattie Rare è una opportunità rara che speriamo che il Ministro Fazio non si faccia sfuggire per OTTENERE: non basta chiedere! Auspichiamo che dal Ministro Tremonti arrivino quelle risorse che possono rendere giustizia a chi da sempre, sin dalla nascita, è stato vittima sistematica della ingiustizia. E forse anche il Ministro Carfagna potrebbe individuare una nuova chiave di impegno per garantire pari opportunità, non solo tra uomini e donne, o tra sani e malati, ma questa volta anche tra malati e malati.
Oggi potrebbe essere il giorno giusto per riparare ad uno sgarbo offensivo per la dignità di tutti, sani e malati, e andare oltre le parole di mera compiacenza o di sterile solidarietà.
Serve un impegno più deciso e coraggioso per garantire quel diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione anche a chi soffre di malattie rare.


LO STATO DELL'ARTE
Roma 7 febbraio 2011

I lavori alla Camera oscillano tra un dibattito su provvedimenti che caratterizzano la vita parlamentare ordinaria e iniziative volte a saggiare la tenuta della maggioranza e quindi del Governo.
L’interrogativo dominante è sempre quello: quanto durerà questa legislatura, che sembra fare acqua ogni giorno di più…

Questa settimana discuteremo e approveremo provvedimenti relativi a:

Disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori (TU 52-1814-2011-A).
Il Testo Unico presenta dispozioni improntate alla salvaguardia dei diritti dei bambini e pensate per un loro sviluppo il più sereno ed equilibrato possibile.

Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo (Pdl 668 ).

Le nuove regole adottate dall’Unione europea in materia di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri.

Dibattito sulle mozioni per la tutela della qualità e del pluralismo dell’informazione nel servizio pubblico radiotelevisivo.


Sono temi che riguardano contestualmente economia e diritti umani, giustizia e diritto ad una informazione chiara e corretta.
In modo diverso vanno al cuore dei problemi su cui si è concentrato anche il dibattito della pubblica opinione in queste settimane, perché non c’è dubbio che senza una giustizia giusta, (che significa anche certezza della pena e tutela degli innocenti), e senza un’informazione capace di dare conto dell’effettivo stato delle cose, (senza scivolare in forme pruriginose ed esibizioniste di una sensualità malata), non può esserci ripresa nel Paese.
Eppure tutti noi vorremmo che fossero messi in primo piano i diritti dei giovani e la loro formazione, per metterli in condizione di misurarsi con un contesto che sembra ostile e dequalificante proprio nei loro confronti.
La precarietà dei giovani tra i 25 e i 35 anni, età in cui si esprime il maggior livello della loro creatività intellettuale e morale, fisica ed affettiva, è una delle grandi tragedie del nostro Paese, perché spreca il tesoro delle loro capacità e competenze, senza permettere che si sviluppino in maniera adeguata.
Questo Paese non è un Paese per giovani, è stato detto più volte in questi mesi e ripetuto con insistenza nelle ultime settimane, e di questo dovrebbe occuparsi una politica intelligente che avesse come suo orizzonte lo sviluppo del Paese attraverso riforme tecnico-scientifiche e socio-economiche.
Eppure su tutto ciò c’è un silenzio assordante che non percepisce come la frustrazione delle nuove generazioni costituisce una vera e propria spada di Damocle sospesa sul nostro futuro, invece di essere il perno dell’alleanza intergenerazionale di cui ogni società civile ha bisogno.


PRIMA ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI DEL NUOVO POLO
Todi 28 - 29 gennaio 2011

I parlamentari italiani ed europei del Nuovo Polo costituito da Udc, Fli, Api, Mpa, Liberaldemocratici e Repubblicani si sono incontrati per la prima assemblea.
Condivido con voi le relazioni di alcuni colleghi:

Linda Lanzillotta >>

Ferdinando Adornato >>

Sulla TV UDC potrete vedere e ascoltare i politici che hanno partecipato all'assemblea.